Tunisia 2004 secondo giorno
Nella notte il sonno ed i risvegli si susseguono seguendo cicli forse solo apparentemente casuali, nei molti momenti semicoscienti, i ricordi del giorno precedente sono scanditi dal rassicurante respiro dei miei compagni di avventura, così la chorba calda e ristoratrice della cena si confonde con l’impegno del percorso, fino a raggiungere quella dimensione in cui il tutto diventa armonico, in cui le cose che sono devono proprio essere tali e quali.
La mattina ci vede animati dal sacro fuoco dell’efficienza, intorno alle moto a controllare che non ci siano segnali di possibili problemi, a coccolarle per assicurarsi che il giorno precedente le abbia lasciate integre e pronte alla prossima fatica; Questo rito ci accompagnerà ogni giorno, compreso fare il pieno di benzina e riempire di acqua i camel back, gesti precisi ogni cosa al suo posto, nulla che disturbi qualsiasi situazione di guida, e si parte. La sabbia tanto difficile nella stanchezza del giorno precedente, percorsa per arrivare, vola sotto le nostre motine, in un attimo siamo lontani , ci fermiamo, un ultimo sguardo indietro, verso quella macchia verde, solo un attimo, come per scacciare la voglia di restare, poi la pista ci risucchia dura di sassi ricoperti da poca sabbia: dura, perfino troppo sento sul manubrio ogni piccola asperità dopo qualche Km mi fermo un’occhiata alla ruota anteriore: ho forato! In un attimo Morendo estrae il necessario dal magico cappello, ci mettiamo li e in un quarto d’ora cambiamo la camera d’aria, gonfiamo la gomma con le bombolette di aria compressa e ripartiamo. Un tratto di pipe line dura ed insidiosa nei tratti invasi dalla sabbia, con i solchi nelle curve che fanno allargare la moto fino all’inverosimile, poi prendiamo una pista sabbiosa secondaria, la meta è AIN ERZIZA, un pozzo di acqua sulfurea non lontanissimo da EL BORMA , Cerco ancora la mia posizione ideale sulle pedane, ma fatico molto, ho persino messo sul portapacchi il mio giubbino da enduro per potermi sedere dietro in alto quando non ce la faccio più a stare in piedi e la cosa funziona abbastanza bene anche se non sono ancora del tutto soddisfatto. Tiriamo da matti, in alcuni punti tocchiamo velocità di punta di 90 – 95 Km/h, in un punto vedo Lorenzo entrare in un vascone di sabbia, sbandare raddrizzarsi aiutarsi con le lunghe gambe e uscire dall’altra parte in una grande nuvola di sabbia, io sono veloce e vicino, penso: mai frenare! Accelero, ma una grande buca soffice prende l’anteriore, in un attimo sono come catapultato sul manubrio, resisto due o tre metri, poi volo avanti alla moto che mi raggiunge sopra a mò di piumone invernale, in un attimo i compagni sono li, li rassicuro con la mano, mentre faccio l’inventario di possibili problemi: nulla, nemmeno un dolorino remoto, stivali e protezioni hanno fatto un lavoro egregio, sugli stivali troverò il solco lasciato dal tubo di scappamento, ma io non ho neppure un livido. E’ stata l’unica vera caduta, un’imbarcata di quelle che non ci si può fare nulla, ma per me è stata anche l’ultima, non sarei più caduto per tutto il resto del viaggio.
Arriviamo a AIN ERZIZA, con l’ultima luce del giorno, non saprei come definire quel luogo: una pozza di acqua sulfurea che ha permesso ad una pianta con fronde di crescere contornata di arbusti verdi di insolita grandezza. Tutto intorno (e sarà una costante di ogni punto d’acqua) gli escrementi di ovini e caprini assumono via via maggiore densità avvicinandosi all’acqua, in quanto tutti gli animali di passaggio, dal deserto aperto vi convergono.
Il Primo campo: gesti veloci, ci si aiuta e in una mezzora le tre tende sono montate, le moto fungono da appendiabiti per caschi protezioni, noi finalmente in pantaloncini e maglietta godiamo del fresco della sera e un certo languorino ci ricorda che abbiamo saltato il pranzo (cosa ricorrente in quanto al massimo ci si concedeva una mela a testa). Il nostro accomapagnatore ha preparato la parte mangiareccia del campo, sembra incredibile, ma sta facendo il pane, mentre nel gran tegame un pò di tutto quello che abbiamo sta sobbollendo allegramente per diventare chorba. IL PANE. E’ incredibile come in quatro e quattr’otto Mohamed prepara l’impasto, fa una buca nella sabbi, mette della brace su fondo e tutto intorno, ci mette l’mpasto dentro e ricopre il tutto con la brace messa intorno e con la sabbia: dopo una mezzora un pane buonissimo e per nulla sporco o insabbiato è pronto!!
Di questo giorno oltre alla bontà del pane e della prima chorba nel deserto ricordo le stelle che una alzata fisiologica notturna mi ha permesso di ammirare: lontano da qualsiasi fonte luminosa il cielo mostra un’enormità di stelle luminosissime che sembrano scendere fino a toccarti la testa, ma anche restando al loro posto l’anima quella si che te la toccano comunque, i pensieri si smarriscono di fronte all’universo, mai così incombente a ricordarti di quale minuscolo puntino di materia sei fatto, dagli occhi pieni di meraviglia l’abbraccio entra dentro ogni piccolo angolo recondito di me e mi viene voglia di aprire le braccia per circondare ed essere circondato.
La mia prima notte di deserto assoluto mi rapisce, lo sguardo corre intorno le sgome delle tende e della moto si stagliano contro quel formicare di luci lontane, sono emozionato: è bellissimo!